Il Biologo Dialoghi sui diritti della Vita

LA FINE DELLA FRONTIERA BLU
Laura De BenedictisPer molti di noi estate significa mare. Ma a parte il significato emotivo che gli diamo, a parte la spiaggia, il sole e le vacanze, che cos’è il mare? Non è forse un ecosistema complesso, un mondo intero da esplorare (in parte ancora inesplorato), la fonte stessa della vita e, infine - se continuiamo a pensare alla Terra come organismo vivente – un organo stesso di Gaia? Il mare è una frontiera blu oltre la quale un tempo non ci si poteva spingere, ma è sempre stata anche fonte di sostentamento per l’uomo, attraverso la pesca e il commercio. Oggi quella frontiera non esiste più, perché con le moderne imbarcazioni si può arrivare in qualunque angolo remoto del globo, ma questo rischia di essere un problema, perché se non avere frontiere significa non avere confini, né limiti, né regole da rispettare, se noi avanziamo a passo di marcia oltre la frontiera, deve esserci qualcun altro che arretra. E infatti, negli ultimi anni il mare sta lanciando un silenzioso grido d’allarme. I pesci si stanno riducendo drasticamente. I grandi predatori del mare stanno scomparendo. Secondo una ricerca pubblicata su una delle più rinomate riviste scientifiche, dal 1950 a oggi il numero di tonni, pescespada, merluzzi, squali e razze si è ridotto del 90 per cento. Una delle specie indicate fra quelle a rischio di estinzione è il Marlin Blu gigante, cioè il famoso pesce protagonista della battaglia con il pescatore protagonista del romanzo di Hemingway Il vecchio e il mare. Si sente spesso parlare di “depauperamento delle risorse ittiche”, che sono solo paroloni per dire che il pesce sta finendo. L’allarme, inoltre, non riguarda solo il loro numero, ma anche le loro dimensioni, in quanto vengono pescati ad un tale ritmo che non hanno il tempo di crescere a dimensioni maggiori, e quindi neanche di arrivare all’età della riproduzione (che è il motivo per cui sono destinati a diminuire drasticamente in poco tempo). Il fenomeno è iniziato quando la tradizione millenaria della pesca “artigianale” è stata soppiantata da quella di tipo “industriale” ormai sempre più diffusa nel “nostro” mar Mediterraneo e svolta da grosse imbarcazioni (giapponesi o con “bandiera ombra”). Dal momento che il Mediterraneo è un mare tipicamente “povero”, è chiaro che tale tipo di pesca non è compatibile con le caratteristiche di questo mare. Pensate ai grandi pescherecci a strascico: imbarcazioni di dimensioni medio-grandi che trascinano enormi reti a sacco posate sul fondo del mare, e tenute giù da piombi, con le quali “arano” letteralmente il fondale tirando su qualunque cosa, che sia appetibile o meno. Altri tipi di reti sono le reti a circuizione (le cosiddette “lampare”), con le quali i banchi di pesci attirati dalle luci vengono circondati e poi tirati a bordo; le reti da posta, fra cui in genere vengono annoverate le cosiddette “spadare”, messe al bando nel mar mediterraneo già dal 2002; e infine i palamiti, che non sono altro che lunghi cavi provvisti di ami. Di fronte ad uno “sforzo di pesca” così grande, in un mare così povero come il Mediterraneo, solo l’adozione di misure che rendano la pesca “sostenibile” può salvare il nostro mare. Le Aree Marine Protette rivestono un ruolo strategico nell'ambito della gestione degli ambienti marini e rivestono la funzione di protezione di valori biologici ed ecologici, la promozione dell'uso sostenibile delle risorse, il monitoraggio, la ricerca, l'educazione e la formazione, forme di ricreazione e turismo compatibili con l'ambiente. Infatti adottare misure che proteggano il nostro mare non significa costruire trincee sulla “frontiera blu” e renderla inaccessibile, significa ristrutturare il nostro rapporto con il mare. Importanti proposte innovative, sono rappresentate ad esempio da attività turistico-ricreative come quella del pescaturismo, in cui i turisti vengono resi partecipi e protagonisti delle attività di pesca, e i pescatori stessi valorizzano e diffondono la cultura della pesca e integrano i propri ricavi. D’altro canto oggi la pesca in mare non è certo l’unico modo per portare sulle nostre tavole il pesce fresco, anzi, negli ultimi anni l’acquacoltura ha assunto un ruolo sempre più importante. Con il termine acquacoltura vengono considerate tutte le attività umane finalizzate alla produzione di organismi acquatici. Un giusto bilancio di pesca ed acquacoltura potrebbe riuscire ad un tempo a salvaguardare la qualità dei prodotti e a conservare le risorse. Ma per fare questo è indispensabile la tutelare l'ambiente in cui le due attività si svolgono, ambiente che spesso è lo stesso per entrambe. La parola d’ordine deve essere sempre “rispetto”. Se la Terra è un pianeta vivente va trattata con il rispetto dovuto ad un essere vivente, e così ogni parte che lo compone, come il mare. Adottare forme di pesca responsabile e di acquicoltura eco-compatibile sono passi che è nostro dovere fare. Ma quello che conta è l’atteggiamento di tutti: più che acquacoltura, acqua-cultura!

dott. Swann Matassa
Biologo

LE ENERGIE ALTERNATIVE
MulinoIn un film-culto della fantascienza moderna, un personaggio non umano afferma che l’uomo per il suo pianeta è come un virus: ne sfrutta le risorse, si riproduce velocissimamente e lo porta inesorabilmente verso la distruzione. Allora la domanda è: forse stiamo soffocando Gaia con le nostre esalazioni? La stiamo infettando con la nostra presenza e condannando a morte? In un romanzo del più grande autore di fantascienza mai esistito – Isaac Asimov – il protagonista afferma che ogni pianeta ha un suo odore peculiare, come le persone, e che viaggiando fra un pianeta e l’altro avrebbe saputo riconoscerli “a naso”. Ma oggi l’odore della Terra è lo stesso di qualche secolo fa, oppure ora ha l’odore di un pianeta malato?
Rimanendo in bilico sulle risposte a queste domande, la cosa migliore che possiamo fare è comportarci in modo da dare al nostro pianeta una boccata d’aria fresca. Possiamo ridurre il nostro impatto sul mondo e smettere di comportarci da parassiti del nostro pianeta. Questo significa smettere di sfruttare le risorse della Terra ad un ritmo più veloce di quello necessario a ricostituirle, perché altrimenti non ne resterà per nessuno, e significa sfruttare risorse che non compromettano la salute del pianeta.
Abbiamo già visto quali disastrose conseguenze può avere l’inquinamento provocato dall’uomo sul clima, e tanti altri sono i problemi che le emissioni possono causare alle acque, al suolo, agli esseri viventi. Ma allora, come fare fronte all’enorme fabbisogno energetico dell’umanità senza inquinare e senza prosciugare in breve tempo tutte le risorse? Per rispondere a questa domanda, gli scienziati sono al lavoro per mettere a punto le tecnologie adatte a produrre grandi quantità d’energia senza dover pagare le conseguenze portate dai combustibili fossili. In pratica, è aperta la caccia alle cosiddette “energie alternative”.
La prima e più controversa fra queste è l’energia da fissione nucleare. La parola “fissione” significa semplicemente “rottura” e si riferisce alla rottura del nucleo di un atomo, che si può ottenere bombardandolo appropriatamente. Poiché il nucleo di un atomo, che è la particella di materia di cui tutte le sostanze sono composte, è una struttura altamente stabile, la sua rottura, o la divisione delle parti che lo compongono, libera una enorme quantità di energia. Per averne un’idea basta pensare all’agghiacciante potenza distruttiva di una bomba “atomica”, che sfrutta appunto l’energia liberata dalla rottura di un atomo. Quello che fanno le centrali “nucleari” è sfruttare invece questa energia contenuta nel nucleo di un atomo per far fronte al fabbisogno energetico umano, senza dover bruciare i combustibili fossili. Questa sarebbe un’eccellente soluzione, se non fosse per la pericolosità delle scorie di queste centrali. Il materiale usato per produrre questa forma di energia, infatti, è “radioattivo”, vale a dire che emette delle “particelle” che sono dannose e che possono causare gravissime malattie e menomazioni.
In realtà c’è un’alta forma di energia atomica che non produce scorie radioattive, ma al momento sono necessari ancora molti anni di ricerche per potere svilupparla. Parliamo dell’energia da fusione nucleare. In questo caso si tratta di provocare appunto la “fusione” di due atomi del gas idrogeno (che è la sostanza che, assieme all’ossigeno, costituisce l’acqua), ottenendo così un atomo di un altro tipo di gas: l’elio (il gas “leggero” con cui si gonfiano i palloncini per farli volare). Anche questo tipo di fenomeno libera quantità di energia enormi: basti pensare che questa è esattamente la forma di energia che alimenta il nostro Sole e lo fa bruciare da miliardi di anni. Il prodotto della fusione nucleare dell’idrogeno – l’elio – non è neanche tossico, ma purtroppo per ottenere questa forma di energia bisogna disporre di un reattore in grado di raggiungere ben 150 milioni di gradi centigradi di temperatura!
Si è molto parlato negli ultimi anni della possibilità di utilizzare l’idrogeno come combustibile, e questa è davvero una eventualità auspicabile, perché l’idrogeno non provoca emissioni dannose ed è ampiamente disponibile in natura. Tuttavia le difficoltà tecniche del suo utilizzo sono numerose, sia perché l’idrogeno deve essere ricavato dall’acqua (non esistono giacimenti di idrogeno gassoso), sia perché è un gas difficile da conservare e trasportare.
Ma piuttosto che “bruciare” gli elementi presenti in natura, sarebbe bello poter ricavare energia dalle forze naturali, solo convertendole in elettricità disponibile per i nostri bisogni. Queste sono le cosiddette “energie rinnovabili”, chiamate in questo modo perché non vengono prodotte sacrificando o trasformando la materia, ma sfruttando ad esempio il vento, o le maree, o la luce solare.
Energia EolicaL’energia eolica è appunto quella che viene ricavata dal vento, perché Eolo era il dio del vento. L’uomo ha già sfruttato l’energia del vento in passato, per esempio per viaggiare sulle barche a vela o per spingere i mulini a vento. Con la tecnologia attuale è possibile costruire delle turbine dotate di grandi pale mosse dal vento proprio come quelle dei mulini, ma in grado di accumulare l’energia di tale movimento sotto forma di energia elettrica. Questa è, come si vede, una forma di energia di per sé del tutto pulita e tipicamente “rinnovabile”. Tuttavia, c’è sempre un lato negativo. Innanzitutto, l’incostanza del vento e quindi la scarsa affidabilità di questa fonte di energia. E poi, i costi elevati di manutenzione, l’impatto estetico negativo che le turbine eoliche hanno sul paesaggio, l’inquinamento acustico (rumore) che provocano e, perché no, il disturbo che a volte provocano agli uccelli migratori.
L’energia idroelettrica, invece, è quella che viene ricavata dallo sfruttamento dell’energia cinetica dell’acqua che cade da una cascata, naturale o artificiale. Anche questa è una forma di energia pulita e rinnovabile, ma anch’essa comporta la compromissione dell’ambiente naturale del fiume presso cui viene costruito l’impianto.
L’energia solare, infine, è forse la forma di energia più “intelligente” attualmente a nostra disposizione. In fin dei conti si tratta di sfruttare la luce del Sole, che è già naturalmente il motore della vita sulla Terra. Certo, rimane il problema che, come il vento, la luce solare è intermittente, ma è anche sicuro che se potessimo tappezzare i tetti delle nostre case con quelle che si chiamano “celle fotovoltaiche”, cioè con dei pannelli in grado di convertire la luce solare in energia elettrica, potremmo produrre direttamente a casa nostra gran parte dell’energia che ci serve per far lavorare, ad esempio, i nostri numerosi elettrodomestici.
Abbiamo dunque analizzato un breve elenco di energie cosiddette “alternative”, alternative cioè all’utilizzo dei combustibili fossili come il petrolio, il carbone e il metano. Altre fonti ancora di energia esistono già o sono in fase sperimentale, come quelle che sfruttano il movimento delle maree, oppure quelle che utilizzano come combustibili alcuni oli vegetali.
Tuttavia avete potuto notare che ciascuna di queste forme di energia ha diversi punti a suo favore e diversi punti contro, anche quando sono pulite e, come spiegato, rinnovabili.
In che modo allora possiamo affrancarci dal nostro apparente destino di distruttori del pianeta? Alcuni scienziati ritengono che abbiamo ormai oltrepassato la linea di non ritorno, altri invece che possiamo ancora invertire la rotta, ma il tempo stringe e dobbiamo agire in fretta. E allora, quello che possiamo fare è cominciare sin da subito a fare attenzione all’energia che utilizziamo, ad essere parsimoniosi e a ridurre gli sprechi. Inoltre, anche se nessuna forma di energia alternativa può da sola far fronte a tutti in nostri bisogni, il giusto mix di fonti di energia diverse potrebbe permetterci di smettere di bruciare il petrolio e il carbone e di immettere così grandi quantità di anidride carbonica (e altre sostanze inquinanti) nell’atmosfera.
Ora, ragazzi, se sentite parlare di “auto ad idrogeno” avete un’idea di cosa sia, e sapete che quell’auto non emetterà anidride carbonica dannosa. Allo stesso tempo, se avete la possibilità di montare pannelli solari sulle vostre case, siatene entusiasti, contribuirete al fenomeno che da sempre alimenta la vita: la luce del Sole che diventa energia.

dott. Swann Matassa
Biologo

GAIA HA LA FEBBRE
Come una madre equilibrata e premurosa, la Terra si preoccupa che i suoi figli vivano alla temperatura giusta, che non prendano troppo freddo o troppo caldo, che possano prosperare in un ambiente omogeneo per generazioni. Quello che molti non sanno è che per fare questo la Terra fa di tutto per mantenersi fredda. I mari sono più produttivi quando la loro temperatura si mantiene al di sotto dei 10°, mentre la terra è più fertile quando ci sono meno di 25°. Ma basta poco a guastare gli equilibri. Con circa 3° di temperatura in più i ghiacciai della Groenlandia si scioglieranno in modo irreversibile, mentre con 4° in più, le foreste pluviali potrebbero inaridire.

L’inquinamento dell’aria causato dall’uomo è in grado da solo, nel giro di pochi anni, di provocare simili aumenti delle temperature, a causa del cosiddetto “effetto serra”. Questo nome si riferisce all’azione di alcuni gas che, nell’atmosfera, si comportano esattamente come i vetri di una serra: lasciano passare i raggi luminosi del sole in entrata, ma intrappolano il calore che si libera dalla terra quando questa è colpita dalla luce solare, riscaldandola.

Il più importante e il più noto fra questi gas è l’anidride carbonica, ma non è la sola. Per citarne un altro, il metano (il gas usato anche nei forni delle nostre case) è un gas serra ben 24 volte più potente dell’anidride carbonica stessa, ma la sua azione è meno importante perché permane nell’atmosfera per tempi molto più brevi, prima di tramutarsi in altre specie chimiche. Tutti questi gas, comunque, stanno aumentando nell’atmosfera per azione dell’uomo, che ne produce tantissimi, a causa dello sfruttamento intenso che sta facendo dei combustibili fossili (petrolio e carbone), bruciando i quali si liberano grandi quantità di anidride carbonica.

Ma allora, dove ci può portare tutto questo? Se tutta la Terra diventerà più calda, questo significherà che le zone calde diventeranno desertiche, e che quelle attualmente fredde saranno temperate. Dunque, gran parte del mondo oggi abitato potrebbe tramutarsi in un deserto, mentre i poli non saranno più coperti dai ghiacci. Questi territori potranno allora sì essere colonizzati, ma contemporaneamente tutte le aree costiere del mondo dovranno essere abbandonate, perché lo scioglimento dei ghiacciai provocherà un innalzamento del livello dei mari che farà sì che tutte le zone costiere verranno sommerse dalle acque. Ma non finisce qui, perché, incredibile a dirsi, fra le conseguenze del riscaldamento c’è il riscaldamento! Cioè, una volta che il meccanismo si è innestato, si alimenta da solo. Questo per vari motivi, uno dei quali, ad esempio, è che i ghiacciai dei poli funzionano un po’ come un grande specchio, che, riflettendo i raggi solari, limita il riscaldamento della Terra da parte del Sole. Ma quando i ghiacciai saranno sciolti, l’azione-specchio non esisterà più, e la Terra si riscalderà ulteriormente. Inoltre, attualmente enormi bolle di gas sono intrappolate nelle profondità dei ghiacci, ma con il loro scioglimento tali gas si libereranno nell’aria, contribuendo all’effetto serra. E altri ancora sono i fenomeni di questo tipo che gli scienziati possono prevedere e, talvolta, addirittura calcolare.
Una serie simile di fenomeni si verificò per cause naturali moltissimo tempo fa, per la precisione 55 milioni di anni fa. E’ un tempo impensabile; allora i Dinosauri si erano già estinti, ma l’uomo non era neanche in programma e i continenti si stavano ancora separando. A quel tempo ci fu un innalzamento di temperatura compreso fra 5° e 8°. Le conseguenze di quel riscaldamento durarono per circa 200mila anni, rendendo difficile la vita sulla Terra. Perciò, se non vogliamo estinguerci come i Dinosauri, se non vogliamo che tutti i paesi costieri vengano sommersi dalle acque e che gran parte del mondo diventi un deserto, dobbiamo dire no all’inquinamento.
Nel prossimo appuntamento vedremo come.

dott. Swann Matassa
Biologo