Il Biologo Dialoghi sui diritti della Vita
Pensate che solo qualcosa che sia vivente abbia dei diritti? Bene, la Terra vive. Infatti, secondo lo studioso inglese James Lovelock, la Terra può essere considerata un organismo vivente, cui ha dato il nome di Gaia. L’aspetto positivo in questa faccenda è che difendere i diritti di Gaia significa difendere i nostri diritti: l’unica preoccupazione di Gaia come pianeta vivente è mantenere le condizioni adatte alla vita sulla sua superficie. Per l’uomo il diritto alla vita è sacro: uno dei diritti umani primari è il diritto alla vita stessa. Ma se il diritto alla vita è sacro, non lo è la vita stessa? E se è così, non è sacro tutto ciò che è vivo? Non ha diritto alla vita tutto ciò che vive? Secondo la mitologia greca Gaia è la dea primordiale; sorse dopo il Caos e da sola generò Urano (il cielo stellato), Ponto (le profondità del mare) e le colline. Da lei discende tutto ciò che è vivo. Amando e difendendo tutto ciò che è vivo facciamo i nostri stessi interessi. Parliamone.
IL GUARDIANO DELLA SALUTE
Abbiamo capito che il pianeta su cui viviamo, e con esso la vita stessa, è in difficoltà. Sono parole grosse! Di fronte a un qualsiasi altro problema, di qualunque entità, la prima domanda che ci porremmo sarebbe: come lo risolviamo? Ma di fronte all’affanno della vita, alla malattia di Gaia, a volte ci si fa prendere dal panico. Qualcuno, allora, nega. Infatti, se è vero che c’è chi dice che l’uomo è il cancro del pianeta, c’è anche chi dice “l’uomo è la soluzione, non il problema”. A tutti farebbe piacere che fosse così, anche se, per ora, i fatti dimostrano il contrario. Ma come fare per farlo diventare vero? Il vero ambientalista non deve essere un profeta di sventure, ma un guardiano della salute del pianeta, perché nulla si fa per gusto personale, ma negli interessi di tutti gli esseri viventi. Perciò, se il riscaldamento globale, lo sviluppo demografico incontrollato e la carenza di risorse energetiche (di cui abbiamo parlato) mettono a repentaglio la vita, come rimediamo?
Un filosofo francese del Settecento, Rousseau, proprio nella cosiddetta “età dei lumi”, quando cioè i “lumi” della ragione prendevano il sopravvento sullo stile di vita umano, conducendoci verso una nuova era di sviluppo attraverso una “rivoluzione industriale”, teorizzava il mito del “buon selvaggio”. Secondo Rousseau, l’uomo nasce buono e soltanto gli obblighi sociali che gli vengono imposti dalla civiltà lo rendono schiavo e perciò egoista, malvagio ed infelice. Qui il termine “selvaggio” indica gli “uomini delle selve”, o delle foreste, cioè privi di qualsiasi civiltà. Ma non si può tornare alle “selve”. Gaia è andata avanti e l’uomo è arrivato dove è oggi attraverso un percorso che non è possibile, né giusto, rinnegare. La soluzione non è tornare indietro, o interrompere lo sviluppo, bensì trovare delle forme di sviluppo che siano compatibili con la vita: delle forme di “sviluppo sostenibile”.
Lo sviluppo sostenibile è una forma di sviluppo (che comprende lo sviluppo economico, delle città, delle comunità eccetera) che non impedisce alle generazioni future di continuare a loro volta nello sviluppo e che non porta perciò all’esaurimento o al deterioramento delle riserve naturali. L'obiettivo è dunque mantenere uno sviluppo economico, ma farlo in modo che può essere “sostenuto” dall’ambiente, e che sia quindi equo per tutte le comunità umane e compatibile con le esigenze degli ecosistemi.
Nella prima definizione che ne è stata data, lo sviluppo sostenibile è visto come quello sviluppo che garantisce i bisogni umani attuali, facendo sì, però, che anche le generazioni future possano contare sulle stesse possibilità. L’errore, in questa definizione, sta ancora una volta nel mettere l’uomo al centro del problema e preoccuparsi solo della nostra specie, dimenticando quindi che siamo parte integrante di un pianeta vivente e che, in quanto tale, possiamo prosperare solo se in armonia con l’ambiente. Una definizione più corretta, che tiene conto dell’equilibrio ambientale, è: “un miglioramento della qualità della vita, senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto”.
Per “capacità di carico” s’intende la capacità delle risorse di soddisfare le richieste senza compromettere le risorse future. Per tener fede a questa direttiva bisogna sottostare a tre regole:
· il consumo delle risorse non deve essere maggiore delle loro capacità di rigenerarsi (ad esempio non bisognerebbe utilizzare l’acqua potabile a ritmi tali da non permettere alle falde acquifere di rigenerarsi)
· la creazione di scorie e rifiuti non deve essere superiore alla capacità dell’ambiente di degradarle (in pratica dovremmo inquinare meno e produrre meno rifiuti)
· le risorse non rinnovabili (come i combustibili fossili) dovrebbero rimanere costanti nel tempo
Non è certamente facile seguire queste direttive e sottostare a queste condizioni, e non a caso sono molti gli scienziati, i politici e gli economisti che non ritengono possibile proseguire nello sviluppo (economico, tecnologico, scientifico) senza incidere sugli ambienti naturali.
Una delle proposte che sono state effettuate per invertire la rotta, è il tanto discusso “protocollo di Kyoto”, che non è altro che una serie di direttive scritte nel 1997 da 118 nazioni che crearono un accordo internazionale per far fronte ai mutamenti climatici degli ultima anni. I grandi assenti, in questo accordo, furono gli Stati Uniti d’America, che immettono nell’atmosfera grandi quantità di gas serra (vedi articolo “Gaia ha la febbre”) e che tuttavia non hanno mai sottoscritto il protocollo.
Il protocollo di Kyoto prevede forme di risparmio energetico e la ricerca di energie alternative.
Quello che possiamo fare, in attesa che tutti prendano coscienza delle necessità della vita, è contribuire con i nostri piccoli protocolli, ad esempio facendo raccolta differenziata ed evitando gli sprechi (d’acqua, di corrente elettrica, di combustibili).
dott. Swann Matassa Biologo
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